San Martino al Cimino sorge sulle pendici dei Monti Cimini, a pochi chilometri da Viterbo. Il cuore del paese è l'antica abbazia cistercense, attorno alla quale si formò il primo nucleo medievale. Nel Seicento il borgo cambiò radicalmente volto grazie a Olimpia Maidalchini Pamphilj, cognata di papa Innocenzo X, che trasformò San Martino in un piccolo centro signorile organizzato attorno all'abbazia e al palazzo.
Il risultato è uno dei complessi urbani più riconoscibili della Tuscia: la grande facciata della chiesa domina la parte alta, mentre le case disposte lungo le strade accompagnano la salita verso il complesso monumentale.
L'Abbazia di San Martino
L'abbazia è legata alla presenza dei cistercensi e conserva l'impronta essenziale dell'architettura monastica medievale, con una grande chiesa che oggi svolge funzione parrocchiale. È il punto da cui partire per leggere la storia del paese: prima monastero, poi centro di un insediamento trasformato nei secoli ma ancora organizzato attorno all'antico complesso religioso.
Il Palazzo Doria Pamphilj
A metà Seicento Olimpia Maidalchini affidò all'architetto Marcantonio De Rossi la riorganizzazione del borgo e la trasformazione di ambienti dell'antica abbazia in una residenza signorile. Il Palazzo Doria Pamphilj conserva sale di rappresentanza, soffitti lignei e ambienti legati alla precedente funzione monastica; dalle parti alte lo sguardo si apre sui tetti del paese e sulla piana viterbese.
Il borgo delle case a schiera
La trasformazione seicentesca non riguardò solo il palazzo. Le abitazioni furono organizzate in file compatte e addossate, creando un tessuto urbano unitario che ancora oggi distingue San Martino dagli altri centri della provincia. La visita è breve, ma abbazia, palazzo e impianto del paese si leggono bene insieme.



